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Un giovane con le cuffiette collegate allo smartphone (foto Corriere della Sera) Un giovane con le cuffiette collegate allo smartphone (foto Corriere della Sera)
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Giovani con le cuffiette dello smartphone sempre nelle orecchie. Anche a scuola: che fare?

Domenica, 16 Luglio 2017

I giovani sono sempre più avanti. A volte, però, esagerano. È il caso delle cuffiette, collegate perennemente allo smartphone.

Le usano per ascoltare musica, video su YouTube o i tanti file multimediale che offre il web.

Solo che le “indossano” in ogni occasione. Anche a scuola: all’entrata, durante la ricreazione, al cambio dell’ora.

Qualche studente, tra quelli più “maniacali”, tenta l’approccio anche durante le lezioni. Accade quando in classe arriva un prof più accondiscendente; oppure quando vanno in palestra, in laboratorio. Per non parlare delle uscite didattiche.

Ogni momento, potenzialmente fattibile, è buono per tentare il collegamento.

Il comportamento fa pensare al filosofo Marshal Mc Lhuan, precursore, negli anni Sessanta, degli usi attuali delle nuove tecnologie, considerate una sorta di allungamenti degli arti umani, e autore della celebre frase “Il medium è il messaggio”.

Le influenze della comunicazione nell’immaginario collettivo sono sotto gli occhi di tutti. Ma l’uso errato, diciamo pure patologico, delle nuove tecnologie on line, è andato probabilmente oltre addirittura le previsioni Mc Lhuan. Creando dei giovani che vivono in un loro mondo, avvicinandosi agli automi: fisicamente presenti, ma in realtà con la testa altrove. Ecco perché ne parliamo.

Qualche giorno fa una ragazza stava alla stazione di Recale, nel Casertano: era seduta su un muretto con le gambe a penzoloni sui binari; è arrivata il treno, ma non si è accorta di nulla ed è stata agganciata che sopraggiungeva finendone poi travolta e uccisa. Si tema che avesse le cuffiette.

Il procuratore di Santa Maria, Antonietta Troncone, ha auspicato che "le famiglia e anche le scuole facciano di più in tema di prevenzione, spiegando ai ragazzi il rischio insito in certi comportamenti".

 

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Ora, cosa può fare effettivamente la scuola contro un comportamento del genere, che peraltro a lungo andare può creare pure problemi seri all’udito? Come si possono prevenire determinati atteggiamenti, quando per tutto il resto del giorno i ragazzi sono portati a fare il contrario?

Prima di tutto, attraverso i regolamenti: è giusto che ogni istituto preveda sanzioni disciplinari. E ciò già accade. Ma evidentemente non basta. Forse, bisognerebbe avere meno tolleranza, nel senso che le cuffiette dovrebbero essere sempre consegnate ai docenti, assieme ai cellulari. E quando ciò non avviene, il corpo insegnante non dovrebbe pensarci due volte a sanzionare lo studente che non rispetta la regola.

Probabilmente, però, non basta reprimere. Quello che paga di più, alla distanza, è trasmettere ai giovani i motivi per cui occorre limitarsi: dietro ad un atteggiamento così impulsivo, spesso si nasconde la tendenza all’isolamento. Una tendenza opposta a quelle cui deve fare riferimento la scuola: l’integrazione, il lavoro in team, lo scambio reciproco e continuo. Bisognerebbe capire, prima di tutto, perché questa loro esigenza spasmodica verso l’isolarsi verso “luoghi altri” alternativi, verso emozioni (musicali ma non solo) che li allontanano da ciò che li circonda. E non solo dalla scuola, perché lo stesso discorso vale anche per altri contesti, andando infatti anche a disturbare i rapporti (diretti) con la famiglia e con gli amici.

Sarebbe bene, quindi, che nelle scuole (già nel primo ciclo) si dia maggiore spazio ai progetti e alle attività, anche curricolari, orientati ad infondere un utilizzo corretto delle nuove tecnologie. Perché non diventino uno strumento che aiuta a chiudersi. Anziché ad aprirsi al mondo (reale) che ci circonda.


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