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Elezione diretta del preside: ecco perché non sono d'accordo

Lunedì, 19 Giugno 2017

Leggo un articolo sull’elezione diretta del preside che riporta delle considerazioni su cui posso tacere.

L’autore di tale articolo comincia con questa frase: “Se il dirigente può chiamarsi i prof, in base alle sue preferenze, perché i prof e gli Ata non possono scegliersi il preside sulla base delle loro propensioni?

Posto che la premessa è sbagliata, poiché il dirigente non può chiamare i prof in base alle sue preferenze come è stato chiaramente dimostrato lo scorso anno (e non mi dilungo su cose dette e ridette, che qualcuno si ostina a non voler capire né vedere), anche la conseguenza che se ne trae è evidentemente assurda; ma provo a seguire questa logica e chiedo:

Se i prof e gli Ata possono scegliersi il dirigente, perché le famiglie non possono fare elezioni per scegliersi i prof? Anzi, nella scuola superiore, proporrei elezioni dirette dei prof. da parte degli studenti.

Così davvero si realizzerebbe la democrazia nella scuola, stando all’articolo in questione. Tutti eleggono tutti. Quale maggiore democrazia di così?

Ma provo a proseguire nell’analisi dell’argomentazione dell’articolo: “una piena autonomia e riscatto della democrazia a scuola”.

Vediamo di dare un senso alla parola “autonomia”: un organismo è autonomo quando ha la possibilità di autogestirsi. Questo inevitabilmente comporta la gestione degli aspetti amministrativi, giuridici, economici; dei rapporti con gli enti locali e con gli esterni in genere.

In che modo l’elezione del preside favorirebbe tutto ciò? Sarò un po’ tarda (abbiate pazienza, sono un dirigente scolastico divenuto tale per concorso, quindi notoriamente un minus habens), ma non riesco a comprenderlo.

A meno che per autonomia non si intenda una sorta di “facciamo quel che ci pare all’interno della scuola e ce ne infischiamo delle condizioni esterne”. Peccato che siano proprio le condizioni esterne che determinano, in parte, quello che si può e non si può, che si riesce e non si riesce a fare dentro la scuola.

Sarebbe anche interessante capire che cosa dovrebbe fare questo “unus inter pares” (si, in omaggio alla democrazia diretta possiamo anche deformare le massime latine): se non si occupa più di amministrazione, se, ovviamente, non gestisce più il personale, se non ha titolo ad interfacciarsi con gli enti locali, con il Ministero, con gli “esterni”, quale sarebbe, esattamente, il ruolo di questo preside elettivo?

Oppure si pensa che un preside elettivo pro tempore possa assumere le responsabilità che ora ha un dirigente? Che possa farsi carico di tutte le denunce, dei rapporti conflittuali con i genitori e i loro avvocati, del tira e molla con gli enti locali per palestre e altre amenità, della responsabilità civile e penale per gli infortuni del personale e degli alunni… e via dicendo?

E chi sarebbe quel docente talmente demente da assumere tale carico sulle spalle, sapendo che per soddisfare la propria personale (e legittima, per carità!) ambizione solo per qualche anno rischia di rovinare se stesso e la sua famiglia per tutta la vita, senza neppure averne un riscontro economico? Perché mi pare di capire che non sarebbe previsto uno stipendio dirigenziale.

Provo ad essere propositiva: forse si potrebbero attribuire questi compiti e le competenti responsabilità al DSGA. Così il DSGA, avendone la responsabilità, potrebbe rivendicare anche la potestà sulle questioni e sarebbe lui o lei a prendere in autonomia le decisioni che ora il dirigente prende passando dal Collegio e/o dal Consiglio d’Istituto.

I docenti sarebbero soddisfatti, ma solo se ciò che li turba è il titolo “dirigente scolastico”, che potrebbe essere abolito.

Si dice che non ci sarebbe necessità di scuole così grandi: come se la figura del dirigente fosse legata alla dimensione della scuola e non all’autonomia delle Istituzioni.

“Tuttavia per molti insegnanti avere un preside a tempo, come succede coi sindaci e il rettore dell’università, sarebbe più utile e senz’altro meglio”: ne sono certa. Così come sono certa che per molti studenti sarebbe preferibile avere prof che non spiegano e non interrogano (ma questo significherebbe un migliore funzionamento della scuola?).

Mi permetto poi di far notare che il dirigente scolastico non ha nulla a che fare con le funzioni del sindaco (nonostante sproloqui di tante persone in proposito), né con quelle del Rettore.

E mi permetto di sottolineare, nella mia arroganza dirigenziale, che il sindaco non si occupa direttamente di quelle che nell’articolo vengono definite “pretese competenze amministrative” (con un’espressione che suona offensiva oltre che surreale per chi come me deve occuparsene e studiare ogni giorno queste cose), perché nei Comuni ci sono i dirigenti che svolgono quel compito e - udite udite! - non sono eletti, ma regolarmente assunti per concorso, senza contare che nei Comuni ci sono gli Assessori ai vari settori (sempre supportati da dirigenti).

Infine la descrizione del dirigente che presiede l’assemblea dando e togliendo la parola a suo piacimento è veramente esilarante: sottostà forse a questa immagine una curiosa idea secondo cui se fosse un docente a presiedere l’assemblea non la regolerebbe e lascerebbe che tutti si parlassero addosso l’uno sull’altro? Prometto solennemente che al prossimo collegio docenti ci provo!

Come ho fatto altre volte, invito l’autore dell’articolo (o chiunque altro lo desideri) a passare una settimana con me, in presidenza e nelle mille incombenze che svolgo. Un buon bagno di realtà farebbe tanto bene a tanta gente: magari ci si potrebbe rendere conto che non basta affatto una "leggina" per fare un cambiamento del genere e che sarebbe ora di prendere sul serio la scuola e la sua situazione, già gravata da troppe "leggine" fatte senza consapevolezza delle sue condizioni reali. 

di Lorella Camporesi

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