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Il fallimento dell'alternanza scuola lavoro: sfruttamento e disorganizzazione, anche al Nord

Lunedì, 20 Marzo 2017

Non c’è niente da fare: l’Alternanza Scuola Lavoro per il momento si è trasformata in molti casi nell’ennesima occasione persa.

Abbiamo già riportato casi in cui i progetti si siano rivelati vincenti e produttivi, ma è innegabile che siano stati tantissimi i percorsi che, tramite le denunce di insegnanti e studenti, abbiano trasformato quello che doveva essere un’esperienza formativa in mero sfruttamento.

E per una volta, l’Italia non sembra divisa in due in merito alla questione, visto che le lamentele di studenti sfruttati e non formati arrivano non solo dal Sud Italia, ma anche dalle regioni centro settentrionali.

La Rete degli Studenti Medi, si legge su Il Fatto Quotidiano, che raggruppa le associazioni delle scuole superiori attive in ogni città italiana, ha lanciato, sulla piattaforma www.alternanzagiusta.it, un questionario per monitorare l’alternanza scuola-lavoro e un numero verde, 800 194 952, a cui possono rivolgersi gli studenti.

Proprio da un referente del gruppo studentesco arriva una testimonianza negativa dell’alternanza scuola lavoro: “sono stato in un hotel a Milano dove mi sarei dovuto occupare dell’accoglienza, delle chiamate in coerenza con il mio indirizzo di studi ma l’unica cosa che ho fatto per tre settimane sono state fotocopie”, racconta Edoardo Roncon, al quarto anno di un istituto alberghiero di Pavia. “Lavoravo sei ore al giorno per cinque giorni la settimana come è previsto. Non mi hanno mai lasciato usare il sistema per l’accettazione degli ospiti, non ho potuto parlare l’inglese con i clienti. Se all’esame di Stato mi chiederanno cosa ho fatto durante lo stage, risponderò: le fotocopie”.
Il giovane solleva anche un altro problema: “spesso tocca a noi cercare delle realtà perché la scuola non trova le aziende e si affida alle conoscenze dei ragazzi. Altre volte i professori ti offrono delle esperienze che non soddisfano le proprie esigenze formative e non ti resta che far da te”.


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Lo sa bene Aleksandra del liceo artistico Volta di Pavia, si legge ancora su Il Fatto Quotidiano, che dopo un’esperienza negativa, lo scorso anno, a far disegni per i bambini all’interno di un museo ora sta cercando una possibilità che sia utile: “Ho parlato con il dirigente scolastico e il vice, con il tutor e i professori ma finora nulla. Mi hanno detto di provare a cercare qualcosa che mi piace ma non è facile. Loro fanno quello che possono, io pure: ci siamo trovati tra le mani una cosa che è difficile da organizzare”.

Ancora dalla provincia di Pavia un altro caso, quello di Sabrina Congiu dell’alberghiero di Sannazaro de Burgondi: “avrei dovuto occuparmi della reception in un hotel ma mi hanno messo a fare le pulizie, ho servito al ristorante, sono stata in sala bar. Tutte attività che non riguardano il mio indirizzo, accoglienza turistica. Lavoravo dalle 17 alle 23 con una breve pausa per cenare. Quando non c’era nulla da fare mi davano in mano la scopa. Mi sono sentita una dipendente un po’ sfruttata. Quando sono tornata a scuola ho detto ai miei professori che non avevo imparato proprio nulla”.

La burocrazia e i costi rappresentano gli altri tasselli che compongono il fallimento dei percorsi di alternanza scuola lavoro.
Roberta Mozzi è a capo dell’istituto tecnico e del liceo Torriani di Cremona, uno dei più grandi della città, ha dovuto trovare una società, un ente o un’azienda per circa 450 studenti. Una fatica anche a Cremona: “cerchiamo di indirizzarli in luoghi che siano pertinenti al loro indirizzo di studi, quindi i meccanici nella loro filiera così come gli elettronici, ma per gli informatici abbiamo trovato difficoltà anche nel cremonese. Un’impresa non prende una classe intera ma ne accoglie due, tre. Non solo. Ogni scuola è alla ricerca di aziende perciò diventa una guerra tra istituti. Stiamo parlando di 200 ore in un anno moltiplicate per migliaia di studenti che vanno sempre nelle stesse aziende. Certo esistono anche esperienze positive, come un progetto pilota con l’Associazione piccoli industriali che ha messo a disposizione un’azienda che li guiderà per tutto il percorso formativo facendosi carico anche delle spese di viaggio dei ragazzi”.

La dirigente cremonese si sofferma appunto sui costi che si ripercuotono sulle scuole e sui docenti tutor: “Le ditte meccaniche e chimiche – spiega la dirigente cremonese – oltre alla formazione sulla sicurezza base esigono ore di formazione per l’alto rischio che secondo la legge dovrebbe fare l’impresa, ma sono poche quelle che svolgono questo compito. Poi c’è l’assicurazione che spesso è a carico dei ragazzi. Infine, la scuola deve acquistare tutti i dispositivi per la sicurezza dal momento che non ci devono essere spese per le famiglie. Il fondo che ci è dato dal Miur dovrebbe andare in toto su questo capitolo ma dobbiamo anche riconoscere il lavoro degli insegnanti tutor che d’estate vanno a visitare le aziende con i propri mezzi senza ricevere alcun rimborso”.

 

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