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Blog Gianluca Rapisarda

Riformare tutto per non riformare nulla sul sostegno?

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Nelle scorse settimane, si è concluso presso le competenti Commissioni della Camera e del Senato il dibattito sullo schema di Decreto per la promozione dell’inclusione scolastica (atto del Governo n. 378). Il mio auspicio è che alle recenti belle parole di “apertura” ed ai “buoni propositi” della Ministra Fedeli seguano ora anche fatti concreti a favore della qualità del processo di inclusione degli alunni/studenti con disabilità del nostro Paese. Ma la domanda che mi “frulla” in testa costantemente in questi giorni, arrovellandomi, è la seguente: “Fino a che punto ha senso riformare il sostegno se poi, come quasi sempre avviene in Italia, le nostre tante ed “innovative” leggi (e quelle sull’inclusione scolastica ne sono una prova “tangibile”) non si traducono in “buone prassi” e non hanno una ricaduta concreta e positiva sull’intero “sistema”?. A scanso di equivoci, voglio subito precisare, che chi scrive è un “convinto” assertore e fautore della necessità di riformare l’attuale modello del sostegno italiano, come d’altronde più volte scritto anche sulle pagine di questo giornale. Tuttavia, ho il timore che, stanti così le cose, dalla lettura approfondita che tutte le Associazioni di e per persone con disabilità abbiamo finora fatto del suddetto “schema di Decreto n. 378”, la tanto decantata Delega sull’inclusione della Buona Scuola si riveli un semplice “topolino partorito dalla montagna”, ovvero una “leggina” assolutamente priva di una visione organica, strategica, di “sistema”. Con tutto il rispetto per gli “estensori” del neonato D.Lgs n. 378, non mi pare però che esso si prefigga il “nobile” scopo di debellare le attuali “distorsioni” del sistema “inclusivo” italiano e cioè, l’insufficiente formazione generale e specifica dei docenti curricolari e per il sostegno e di tutto il personale scolastico sulle singole disabilità, la scarsa continuità didattica ed, in particolare, la crescente “delega” al solo docente specializzato dell’allievo con disabilità, con la sua conseguente emarginazione nelle cosiddette “aule di sostegno”. Potenziare la formazione iniziale specifica solo dei futuri docenti specializzati della scuola dell’infanzia e della scuola primaria e non di quelli della secondaria di I° e di II°, prevedere la formazione generalizzata di tutto il personale scolastico sulla Didattica inclusiva ma non stabilire l’obbligo di osservarla, non garantire un’effettiva continuità didattica agli alunni/studenti con disabilità, non programmare un piano strutturale di assunzione dei docenti di sostegno “in deroga”, continuare a parlare genericamente di “tutela del diritto allo studio” e non di diritto all’istruzione come “insopprimibile” diritto umano da garantire ad ogni cittadino, a prescindere dalla sua limitazione funzionale, come previsto dall’art 24 della Convenzione ONU del 2006 sui diritti delle persone con disabilità e, soprattutto, considerare l’inclusione ancora come un mezzo per mettere dentro chi prima ne era escluso o che rischia l’esclusione e non invece come un “ineludibile” strumento per rendere il “contesto” finalmente accogliente e “for all”: sono queste, a parere di chi scrive, le più madornali e “sesquipedali” sviste e criticità dello “schema di Decreto n. 378” di cui sopra. Non serve modificare i nomi od inventarsene di nuovi, ogni qualvolta si vara una riforma della scuola. Quello che serve oggi per assicurare un efficace ed efficiente modello di inclusione nel nostro Paese è invece un “radicale” cambio di mentalità e di approccio, sì da comprendere una volta per tutte che non è il solo insegnante specializzato a garantire la qualità del sostegno, ma è la “scuola tutta”, un contesto davvero “inclusivo” che può favorire il successo formativo di tutti e di ciascun alunno. Da operatore della scuola che si è sempre battuto per un vero ed efficace processo di inclusione degli alunni/studenti con disabilità, sono stanco di sentire dire e “proclamare” anche nei più autorevoli convegni che la Didattica inclusiva è un tema che concerne soltanto una particolare e determinata categoria di allievi (quelli disabili per intenderci). Essa, al contrario, può e deve essere riferita più giustamente all’intera popolazione “studentesca”, a tutto il personale scolastico e, pertanto, al “contesto”, per poter dare risposte efficaci ed efficienti ai bisogni educativi di tutti e di ciascuno, nella normalità e finalmente senza alcun “sostegno”. Riappropriamoci e ritroviamo dunque lo spirito più genuino ed autentico della cultura dell’inclusione, così come brillantemente enunciata dalla Convenzione ONU del 2006 e ratificata dal nostro Paese dalla legge 18 del 2009, per rendere il contesto davvero “inclusivo” e per modificare i presupposti dell’intera nostra organizzazione scolastica. Per ulteriori informazioni e approfondimenti:

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Docente di storia e filosofia di un liceo scientifico, da non vedente, è stato presidente dell’Istituto  per ciechi di Catania ed è direttore scientifico dell’Istituto per la Ricerca, la Formazione e la Riabilitazione dell’Uici. Si interessa di pedagogia speciale e di didattica inclusiva e scrive per diverse riviste e portali sulla disabilità