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Blog Aluisi Tosolini

Perugiassisi - Ma a che serve marciare per la pace?

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Si è conclusa ieri pomeriggio alla Rocca Maggiore di Assisi la marcia della pace partita da Perugia da dove, il il 24 settembre del 1961, prese avvio la prima marcia organizzata da Aldo Capitini ed un piccolo gruppo di intellettuali.

Quasi 100.000 persone, ieri, lungo i 24 km che separano Perugia da Assisi, città della pace.

Uomini, donne, bambini, anziani, famiglie, studenti, professori, immigrati e richiedenti asilo, centinaia di sindaci da tutta italia, sindacati, scout, parrocchie e centri di volontariato...

L'Italia migliore, l'Italia che non ha smesso di credere che la pace è possibile.

E in mezzo a questo grande popolo, 116 scuole da tutta Italia, con in testa la preside e una piccola delegazione di ragazzi e ragazze dell'Istituto Omnicompresivo di Amatrice, venuti a dire la loro voglia di pace ed a mostrare visivamente, con le loro felpe colorate, che in un paese distrutto dal terremoto è dalla scuola che si deve ripartire. Perchè è la scuola che crea, favorisce, tesse cultura e coesione sociale.

Erano i più allegri, gli scolari e gli studenti, lungo il serpentone che si è snodato sulle strade umbre. Danzavano, cantavano, urlavano i loro slogan mai banali.
Davanti a me, lunga la ripidissima scalinata che da piazza Duomo sale alla Rocca, un piccolo gruppo di ragazzini del Comprensivo di Castelnuovo Magra inventavano versi cantati in risposta agli incitamenti di una prof.ssa con la fascia tricolore da sindaco (e forse davvero il sindaco del paese in provincia di La Spezia).

E alla Rocca Flavio ne ha chiamato sul palco una grande rappresentanza. Da ogni dove: dalla Sardegna al Friuli, dalla Puglia alla Lombardia, da Senigallia a Senna Comasco alle molte scuole della Sicilia. Una festa di popolo. Un festa della speranza.

 

MA A CHE SERVE MARCIARE?

Ma a che serve marciare? A nulla si dirà. Ed è proprio a questo domanda che sabato 8, al ecentro congresso Capitini di Perugia, 500 studenti, hanno frequentato "Lezioni di speranza". Ascoltanto la mamma di Vittorio Arrigoni, attivista, morto a Gaza dove si era trasferito per provare, concretamente, a fare la pace, che ricorda il suo giovane figlio con parole piene di dignità e di dolore: “mio figlio avrebbe voluto che sulla sua tomba ci fossero le parole di Mandela: un vincitore è un sognatore che non si è arreso. E “Restate umani”, la sua frase preferita". E poi l’avvocatessa Ballerini, legale della famiglia Regeni: ringrazia chi sostiene la lotta della famiglia per avere la verità, perché non sia infangata la memoria di Giulio, un ragazzo come tanti, col torto “di avere troppi amici, di cercare il dialogo”. Sul palco sale il giornalista Borrometi, minacciato per il suo lavoro ma che promette di continuare a fare la pace così, facendo il proprio dovere. E poi l’europarlamentare Cecyle Kyenge, che racconta della valigia con cui è partita dalla sua terra con il sogno di fare il medico: “non smettete mai di sognare e di avere passione per quello che fate. La pace degli altri è anche la vostra“. E Antonio Papisca, difensore dei diritti umani e fondatore del Centro per i diritti umani e la pace dell'università di Padova. E poi i giornalisti del Comitato 3 ottobre, in difesa dei diritti dei migranti. E Jean Fabre, tra i primi obiettori di coscienza in Francia e che ora lavora per l'ONU: “siete la prima generazione costretta a rifare il mondo e le relazioni tra le persone. Potete scegliere su quali valori rifarlo. Potete dire no allo sfruttamento, alla guerra”.

E Flavio Lotti, instancabile, a cucire gli interventi, a ricordare il senso della marcia. La marcia come scuola, come esercizio di pace, come assunzione di responsbailità contro l'indifferenza.

 

A CHE SERVE?

A nulla, forse, come del resto pare non serva a nulla la diplomazia e la politica, visto ciò che succede ad esempio in Siria. E allora marciare serve: come ha scritto Papa Francesco nel suo messaggio alla Marcia: " manifestare contribuisca a suscitare sempre più viva la consapevolezza che la guerra distrugge sempre e con essa si perde tutto".

O come ha scritto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un messaggio dedicato soprattutto ai giovani": La pace è questione che non interpella solo i vertici delle Nazioni o ristrette classi dirigenti. I popoli subiscono le conseguenze delle guerre. E' da loro che può venire una nuova stagione di cooperazione, di sviluppo sostenibile, di rispetto reciproco. Ai giovani, anzitutto, tocca far sentire la loro voce. Vi proponete di camminare insieme per trovare una via di pace. Verso un futuro migliore. Trovare questa strada è possibile. Fermare le guerre non è solo possibile ma, anzi, è un dovere della comunità internazionale. Tante vite spezzate, tante famiglie disperate e sconvolte, tanti bambini uccisi, anche in questi giorni, scuotono la nostra coscienza. Non ci si può rassegnare alla strage e alle violenze di Aleppo. Ognuno di noi deve chiedersi cosa può fare per fermare la morte. Ognuno di noi è chiamato a seminare la pace, a partire dalla propria comunità. Il mio augurio alla marcia Perugia-Assisi è che la vostra semina sia propizia, e che da domani tante persone avvertano ancor più come propria responsabilità il partecipare alla costruzione di un futuro di fraternità. Possiamo essere certi che la crescita di questo sentimento avrà anche un'influenza positiva su tutti i governanti".

 

...CHIAMARE PER NOME INDIFFERENZA E CINISMO

Almeno ad additare il cinismo. A chiamare con il loro vero nome l'indifferenza, i traffici di morte, il commercio di armi, l'ingiustizia. Serve perchè interpella e sfida le scuole a dare un senso al proprio operare. E forse è proprio per questo che ieri, prima nella nebbia e poi sotto un tiepido sole autunnale, 116 scuole, oltre 5000 tra studenti, insegnanti, genitori e dirigenti hanno voluto esserci. Per dire che la pace è esercizio faticoso e quotidiano, come 25 km di marcia.

Una piantina che va coltivata con passione giorno dopo giorno. Con appassionata speranza. Contro ogni cinica indifferenza.

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Filosofo e pedagogista pone al centro dei suoi interessi l’interazione tra linguaggi digitali, processi educativi e dimensione globale della formazione. Dirigente scolastico, ha insegnato all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e all’Università di Parma.