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Blog Anna Maria Bellesia

Ma perché il Natale dobbiamo rovinarcelo da soli?

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Non bastano le minacce dei terroristi. Le guerre ce le facciamo da soli e tra di noi. Guerre ideologiche e faziosità politiche. Sul Natale!

Anni fa, il “sereno” Natale era la festa per eccellenza, un momento di pace e distensione, di “fraternità”,  di unione per la famiglia, una gioia per i bambini.

Poi hanno iniziato a rovinarcelo. Prima di tutto il consumismo sfrenato. Poi la progressiva snaturazione in nome di una nuova cultura “laica” e “multiculturale”.

A Londra, dopo l’attentato del 2005, hanno cominciato a togliere tutti i simboli del Natale cristiano nei luoghi pubblici e istituzionali. Festa sì, ma solo consumistica. Anche nelle scuole i presidi hanno accettato di fare dietro front sugli scambi tradizionali di auguri e sui festeggiamenti. Motivo: “Non offendere la sensibilità religiosa dei milioni di cittadini britannici che appartengono a un culto non cristiano”. Qualche giornale ha lanciato l’allarme gridando all'ultima “follia del politicamente corretto". Ma il “politicamente corretto” è uno strumento micidiale, e l’esempio si è esteso rapidamente. Così, da alcuni anni, anche in Italia il Natale è diventato l’occasione per laceranti polemiche. Presepe sì o presepe no, una bagarre incivile.

Quest’anno si è raggiunto il massimo, proprio in un momento storico in cui non si sentiva affatto bisogno di ulteriori divisioni interne.

Tutto è cominciato col caso della scuola primaria di Rozzano nel milanese, il cui reggente Marco Parma è diventato bersaglio universale per aver introdotto la “festa d’inverno” al posto del Natale. Contro di lui si è scagliata ovviamente la destra politica, ma anche il premier Renzi, che ha definito un errore il tentativo di “affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito”. Facile bersaglio il preside, non essendo uno del PD, ma un ex candidato del Movimento5stelle. Scaricato per questa sua posizione dagli stessi grillini. Difeso invece, e con veemenza, dal segretario della Flc Cgil Domenico Pantaleo, secondo il quale il Natale è stato trasformato dalla destra politica in una “vistosa clava per una becera propaganda contro le persone immigrate” e la scuola pubblica è diventata “un campo di battaglia ideologico”. Pantaleo sostiene che “ogni identità crea le differenze, è diseducativa, perché allarga il solco tra l'identico e il diverso, e soprattutto afferma una mostruosità culturale che Salvini e i suoi sodali cercano di rilanciare mediaticamente, per la quale esisterebbe un'identità cristiana, o una civiltà, che sia superiore a qualsiasi altra”.

Il caso sarà stato sfacciatamente strumentalizzato per fini politici, ma la nostra società e la nostra scuola devono onestamente domandarsi se ogni elemento di identità apra soltanto dei solchi e come sia da intendere allora la coesione sociale. Abbiamo visto, dopo i fatti di Parigi, che il laicissimo modello francese non ha prodotto buoni risultati.

Una sintesi intelligente è stata proposta sulle pagine di Repubblica da Michele Serra, che da un lato riconosce l’indiscutibile tradizione cristiana del nostro paese, ma dall’altro contesta il fatto che “questa identità venga brandita come un’arma per una imposizione escludente e detestabile”. “Specularmente sbaglia chi si illude che omettendo identità, celando le differenze, smussando ogni angolo, si possa favorire un processo di convivenza, forse di integrazione”.

Già, questo è il punto cruciale. Il caso della scuola di Rozzano non è l’unico che fa discutere. Leggiamo sui giornali un continuo emergere di episodi analoghi, di un Natale spersonalizzato e ridotto ad una festa qualsiasi.

In Veneto, ulteriori polemiche si sono scatenate su un intervento del vescovo di Padova Claudio Cipolla: “Se fosse necessario per mantenere la tranquillità e le relazioni fraterne tra di noi io non avrei paura a fare marcia indietro su tante nostre tradizioni”, ha detto. Il presidente della Regione Luca Zaia (Lega) ha risposto duramente, leggendo queste parole “non come un gesto rivolto a favore della civile convivenza, ma come una affermazione che riesce a far apparire i cristiani che difendono il presepe, e il suo valore religioso e identitario, come dei veri e propri fondamentalisti”.

Non possiamo permetterci una guerra politico-ideologica sul Natale. Riflettiamo piuttosto sul nostro progetto di convivenza civile e di coesione sociale, senza pretendere di azzerare le differenze culturali ed identitarie che ci sono, ma puntando a diffondere i valori comuni unificanti, quali la reciproca tolleranza “nel rispetto delle leggi dello stato”, come diceva secoli fa Voltaire, e prima di lui John Locke, i filosofi che hanno gettato le basi teoriche della nostra società democratica.

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Docente di materie letterarie nella scuola secondaria di II grado e giornalista pubblicista. Laureata in storia moderna con pubblicazioni storiografiche, si interessa di politica scolastica, ambiente, arte. Dal 2007 collabora con La Tecnica della Scuola.