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Blog Giovanni Morello

La Brexit ed il gioco della democrazia

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Il dato forse più preoccupante del referendum britannico, più ancora che il suo esito, è stato il modo in cui vi si è arrivati. Il fatto cioè che la scelta per il leave (ma vale anche per il remain) è stata fatta senza che tantissimi elettori avessero una cognizione minima della sua portata e dei suoi possibili risvolti.

Su una questione così complessa, insomma, a guidare la mano degli elettori non è stato un quadro chiaro e articolato, per quanto sintetico, delle sue implicazioni, ma, in buona parte, la paura verso gli immigrati, ritenuti fra i principali responsabili della crisi economica che ha colpito in particolare i ceti più deboli del Regno Unito.Aristotele

Ed è qui che emerge il dato su cui riflettere. Il referendum inglese ci dice molto sulla crisi della democrazia oggi. Già Aristotele, più di 2.300 anni fa, affermava che la degenerazione della democrazia è la demagogia. Il punto è che oggi lo scivolamento della democrazia nella demagogia sembra costituire un trend strutturale.

La democrazia è infatti il miglior gioco politico che conosciamo, ma è anche il gioco più difficile da giocare dai vari attori coinvolti. Presuppone che chi (il cittadino) esercita la propria prerogativa di sovranità (votando) sappia, almeno per grandi linee, cosa sta facendo. Si informi, vagli attentamente le proposte, ascolti le voci alternative, analizzi il problema e si faccia un’idea, pronto a rimetterla in discussione sulla base di ulteriori evidenze acquisite in questa fase, per così dire, “istruttoria” del suo ruolo di “con-decisore politico”.

Certo, si potrebbe dire che questo fa parte del senso civico dei cittadini, che si deve esprimere in un voto informato, responsabile e consapevole e che è sempre stato così. Ma oggi la complessità tecnica oggettiva delle situazioni è divenuta tale che è sempre più difficile farsene un’idea sufficientemente articolata e approfondita.

L’uomo contemporaneo è schiacciato dalla complessità del mondo che ha ereditato dai suoi padri e che contribuisce ulteriormente a generare. Una foresta di norme, informazioni, prospettive, idee, simboli, reti concettuali, dispositivi, password, canali, memorie che non è in grado di gestire personalmente e la cui sintesi è costretto di volta in volta ad affidare all’esperto o al tecnico di turno. Qui si trova il vulnus più grave della democrazia oggi: viene affidato al cittadino un legittimo e doveroso potere di scelta, ma su questioni che, nell’era della complessità tecnica, egli non domina e in tanti casi non può dominare.

Ed è proprio su questo aspetto che si innestano ideologie e populismi di oggi. Quando la complessità si fa eccessiva, si innesca una sorta di domanda aggiuntiva di semplificazione e, con essa, una domanda “indiretta” di demagoghi, i più grandi esperti in semplificazione e comunicazione “di pancia”. Questo spiega il facile successo di chi riduce manicheisticamente la realtà caleidoscopica ed i cangianti cromatismi dei processi in atto in una più comoda dicotomia bianco-nero, giusto-sbagliato, amico-nemico. Da qui gli slogan, le parole d’ordine, le simbologie, gli hashtag antichi e moderni in cui si riduce la proposta di soluzione politica di turno. Con cui si vende semplificazione spacciandola per semplicità se non per visione.

Insomma, più aumenta la complessità della Tecnica e più rischia di aumentare il potere ed il numero dei possibili pifferai magici, capaci meglio o più sfacciatamente di altri di suonare il loro flauto sui tasti delle emozioni più profonde delle persone, in particolare sulla paura.

            Il voto britannico (ed è significativo che avvenga proprio nel Paese con le tradizioni più solide in Europa sul piano della cultura democratica) conferma drammaticamente questo punto: scopriamo tutti solo adesso, a voto avvenuto, le infinite implicazioni tecniche, politiche, economiche, demografiche, geopolitiche, perfino generazionali e socio-culturali della “brexit” e le stanno scoprendo adesso anche tanti elettori che hanno votato in modo convinto leave il 23 giugno.

            La scuola ha il non semplice compito di educare le nuove generazioni a fare scelte consapevoli, ponderate e informate nell’era della complessità tecnica e a saper riconoscere e a sapersi difendere da chi vende semplificazione a basso costo, da chi agita animi e cavalca paure, in una sorta di narrazione scientificamente fondata sulla regressione evolutiva. Un artificio comunicazionale dove (per usare la tripartizione di MacLean) si predilige parlare al cervello “limbico” (emotivo) della gente (se non a quello “rettiliano”, il più antico, legato alla pulsione distruttiva e autodistruttiva) e ci si guarda bene dal coinvolgere in primo luogo la “neocorteccia” (la parte di cervello che ci contraddistingue maggiormente dagli altri animali), con le sue più dispendiose ma anche molto più accurate elaborazioni.  cervello tripartito

Ma va anche trasmesso alle giovani generazioni il fatto o, se vogliamo, il paradosso che, per quanto difficile e sempre più arduo sia l’impegno richiesto dalla democrazia, essa continua ad essere sempre il miglior gioco politico che possiamo attualmente giocare.

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Docente, formatore e giornalista pubblicista. Laureato in Filosofia, ha pubblicato per le riviste "Epistemologia", "La Tecnica della Scuola" e "Scuola Insieme", di cui è stato vicedirettore. Si occupa di processi formativi e dell'apprendimento