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Blog Aluisi Tosolini

L’educazione e i suoi limiti: il caso cyberbullismo

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Alla fine la Camera dei deputati ha votato la legge sul cyberbullismo che ora torna al Senato da dove proveniva. Sul testo approvato alla Camera sotto la pressione dell’opinione pubblica a seguito di recenti e gravissimi fatti di cronaca esistono opinioni del tutto discordanti.

Segnalo in particolare il punto di vista di Wired Italia che giorni fa ha scritto che “la legge su (bullismo e) cyberbullismo  messa a punto dalla prima firmataria Elena Ferrara (Pd) e approvata al Senato è stata poi stravolta nel corso dell’estate dagli emendamenti approvati dalle commissioni congiunte Giustizia e Affari costituzionali a Montecitorio”. 

Wired sottolinea in particolare il fatto che la norma votata al Senato era specificatamente pensata per l’ambito scolastico e aveva una particolare attenzione pedagogica ed educativa che ora sarebbe svanita nel testo approvato al Senato (che riguarda tutti e non solo coloro che frequentano una scuola). Chiunque può verificare se l’opinione di Wired è corretta o meno confrontando i due testi che opportunamente il sito mette a disposizione in modalità comparata.

 

Ci pensi la scuola !

Ciò che mi interessa qui sottolineare è tuttavia un aspetto correlato che è apparso con tutta forza in questi giorni.

Chi vive nel mondo della scuola sa benissimo che appena l’opinione pubblica è investita con forza da una qualche problematica, la prima risposta che giunge dalla politica, dai media, dai pensatori di ogni genere e mestiere è sempre la stessa: su questo tema occorre che intervenga la scuola.

In alcuni casi il tutto finisce lì, come uno stanco ritornello che si sa non avrà alcun effetto. In altri casi invece si procede con elaborazione di linee guida, protocolli di intervento, richiesta alle scuole di affrontare il tema in questione nella propria offerta formativa pur nel rispetto della autonomia, ecc

Tutto giusto, sia chiaro.

Quello che non si dice, e che forse neppure si vuole vedere, è che la scuola non è la panacea di tutti i mali. Non è che dicendo “ci pensi la scuola” il problema è risolto. Anzi. Soprattutto in situazioni quali il cyberbullismo dove i percorsi educativi dei docenti si scontrano spesso con le posizioni dei genitori. Prontissimi a chiedere – e giustamente - la massima garanzia e rispetto per i propri figli oggetto di atti di cyberbullismo ma molto meno pronti a intervenire quando i propri figli sono autori di tali atti: “Ma no, preside, non è bullismo. E’ una ragazzata, suvvia…”.

Da qui nascono le azioni decisamente meritorie che sia il garante della privacy che moltissime scuole hanno avviato su questo tema.

Tra queste, ad esempio, segnalo il progetto Cittadini digitali che coinvolge tutte le scuole del primo ciclo del comune di Pama ed è finanziato dalla Fondazione Cariparma.

Ma, come dice lo psichiatra Tonino Cantelmi, professore di cyber-psicologia all’Università Europea di Roma, “la verità è che per cambiare gli adolescenti c’è più che mai bisogno di adulti. E gli adulti non ci sono: sbiaditi, insensati, inconsapevoli”.

Da qui la consapevolezza che è comodo, troppo comodo, scaricare sulla scuola i problemi irrisolti della società e del mondo adulo. E la consapevolezza, anche, che la scuola non può tutto.

Che l’educazione di per se stessa è continuamente sfidata dal limite e dal fallimento. In particolare quando non vi è una alleanza vera tra educatore, educandi, famiglie, società.

 

Alla ricerca di un capro espiatorio

Tanto poi, se proprio si deve cercare un capro espiatorio, si fa presto. Nel caso di Pordenone, ad esempio (una ragazza delle medie che si è gettata dal palazzo dove abita accusando i compagni di bullismo), il capro espiatorio è stata la preside, messa sotto inchiesta con l’accusa di “concorso omissivo in atti persecutori”.

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Filosofo e pedagogista pone al centro dei suoi interessi l’interazione tra linguaggi digitali, processi educativi e dimensione globale della formazione. Dirigente scolastico, ha insegnato all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e all’Università di Parma.