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Blog Nicola Bruni

L'educazione al suicidio assistito anche nella scuola?

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    Ricordo che i programmi scolastici degli anni del dopoguerra in cui io frequentai la scuola elementare e la scuola media sembravano avere tra i loro obiettivi educativi quello di abituare i bambini e i ragazzi all'idea di morire già da piccoli.

    Venivamo infatti obbligati a imparare a memoria dei lugubri tormentoni poetici che spaziavano in lungo e in largo sul tema della morte: dall’ira funesta del Pelide Achille "che infiniti addusse lutti agli Achei" al mortal sospiro del Bonaparte, dai Sepolcri del Foscolo ai "trecento… giovani e…morti" del Settembrini, dal "Pianto antico" del Carducci per il figlioletto sepolto al gran pianto del Pascoli per il padre ammazzato.

    Ora un'altra campagna di propaganda mortifera, mutuata da grandi organi di informazione, rischia di essere introdotta, più o meno abusivamente, nella scuola: quella per educare gli italiani, fin dalla tenera età, all'idea che esiste un "diritto al suicidio assistito", cioè il diritto di ciascun cittadino a decidere quando e come morire con l'aiuto dello Stato, e veicolare quella "cultura dello scarto" (di cui parla spesso Papa Francesco) secondo cui ci sono vite umane "non degne di essere vissute".

    Infatti la campagna da Pensiero Unico che è stata scatenata nei giorni scorsi attraverso tv, radio, giornali e social media, a sostegno del diritto al suicidio assistito, sulla scia del caso pietoso di Fabo, sembra orientata a non accontentarsi della soluzione svizzera, della "morte con dignità" a pagamento in strutture private: si invoca invece il diritto al suicidio assistito a spese dello Stato e negli ospedali pubblici, come per l'aborto, in qualunque caso lo richieda l'interessato. Insomma, il diritto a suicidarsi come fondamentale diritto umano, magari da introdurre nella Costituzione, che al momento non lo contempla.

    La mia maggiore preoccupazione, però, non riguarda gli aspiranti suicidi che chiedano di essere aiutati a morire, ma l'abuso che potrebbe essere fatto di una norma sul suicidio assistito, allo scopo di sbarazzarsi di vecchi, ammalati e disabili scomodi e costosi.

    Per esempio, potrebbe bastare che i familiari facessero capire a un nonno o a un genitore ammalato che è un peso troppo gravoso per loro, perché quello accetti generosamente di togliersi di mezzo chiedendo il suicidio assistito previsto dalla legge.

    O basterebbe abbandonare quel nonno o quell'anziano genitore in un ospizio, privandolo degli affetti familiari, per raggiungere lo stesso scopo, e magari incassare in anticipo la sua eredità.

    Se un tale "diritto" venisse effettivamente riconosciuto, si potrebbe arrivare al paradosso di uno Stato che garantisce il suicidio assistito a un disoccupato depresso che ha deciso di farla finita perché ha perso le speranze di trovare un lavoro, pur avendo secondo la Costituzione un diritto al lavoro che lo Stato non riesce a garantirgli.

    Ci sarebbe anche il rischio che, invece di curare le persone depresse e aiutarle a superare la loro depressione, si imbocchi la strada più facile e meno costosa dell'aiuto al "suicidio terapeutico", che elimini la malattia insieme con il malato.

    Un ulteriore rischio sarebbe quello di una drastica riduzione della spesa sanitaria per le cure palliative e di assistenza (è già successo tra il 2009 e il 2011 con l'azzeramento, addirittura, del fondo per le non-autosufficienze) a quei malati gravi che si ostinino a non voler morire "dignitosamente" in anticipo.

*

Nella foto, un mostro marino della fontana di Piazza della Rotonda a Roma.

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Romano, sposato, padre di due figli, nonno di due nipoti, giornalista e scrittore, curatore del giornale online Belsito con vista, già insegnante di lettere. E’ autore del libro "Ad cathedram - Spirito e materie", edito da La Tecnica della Scuola