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Blog Aluisi Tosolini

In memoria di Zygmunt Bauman

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Zygmunt Bauman, nato nel 1925, è morto il 9 gennaio 2017 a 91 anni. In questi giorni sono e saranno moltissimi i ricordi e le riflessioni sulla vita e sull’opera di uno dei più importanti pensatori degli ultimi 50 anni.

Senza alcuna pretesa di esaustività dedico questa breve riflessione all’opera d Bauman cercando di prestare particolare attenzione alle ricadute educative delle sue analisi.

Nato in Polonia ha studiato e lavorato all’università di Varsavia da dove è fuggito nel 19168 a motivo della ripresa delle politiche antisemite da parte del potere politico. Dopo aver insegnato alcuni anni a Tel Aviv è approdato a Leeds dove ha insegnato per lunghissimi anni e dove è morto il 9 gennaio 2017.

 

Modernità e olocausto (1989)

Il volume che ha imposto Bauman tra gli studiosi di spicco della società occidentale è Modernità e Olocausto pubblicato in Italia nel 1992 (edizione inglese del 1989) da Il Mulino.

Si tratta di un testo importantissimo che si riconnette da un lato con la crisi degli intellettuali (e quindi con il loro ruolo e la loro decandenza), dall’altro con le riflessioni  della psicologia sociale (riprendendo l’esperimento di Milgram sull’obbedienza all’autorità) e la fenomenologia politica di Hannah Arendt e del suo studio sulla banalità del male. Nel saggio Bauman sposta l’attenzione dall’attore socialealla situazione, ovvero alle forze che portano gli individui in una data situazione ad agire in modo ostile verso altri.

Secondo questa prospettiva la Shoah non è interpretata come la conseguenza di comportamenti psicopatologici da parte di un gruppo di individui, ma si preferisce evidenziare altri fattori, come la struttura e l’organizzazione della società, i meccanismi di interazione e di influenza sociale funzionali al raggiungimento di finalità economiche e politiche. Cruciale diventa l’analisi della esclusione morale degli ebrei denigrati e considerati come responsabili dei mali della Germania, meritevoli dunque di essere esclusi dalla società tedesca. Nei loro confronti non erano più applicabili le norme della solidarietà e della responsabilità ed anzi diventavano il nemico da combattere. Dapprima emarginati dal mondo sociale attraverso l’esclusione dalla scuola, dal lavoro, dai vari settori della vita collettiva e successivamente imprigionati e rinchiusi nei campi di concentramento dove finirono per non essere più soggetti psicosociali: prima di essere uccisi, venivano infatti annientati dal punto di vista umano, attraverso forme estreme di degradazione e deumanizzazione.

I burocrati implicati nel processo di distruzione si difesero spiegando che avevano semplicementeobbedito agli ordini: si era attivato un meccanismo di deindividuazione e conseguente deresponsabilizzazione individuale; l’obiettivo era quello di svolgere bene il proprio compito, obbedendo all’autorità alla quale si attribuiva la responsabilità di ciò che stava accadendo.

 

Dalle sfide dell’etica alla Modernità Liquida

Nel 1991 (edizione italiana per Feltrinelli nel 1996) Bauman pubblica un libro molto difficile il cui titolo originale è molto più preciso rispetto al generico titolo italiano: Postmodern Ethics. Un volume illuminante in cui, ad esempio, applica le analisi di modernità e olocausto alla società multiculturale e all’incontro con gli stranieri. Ne esce uno spaccato che prelude alla visione sintetizzata nella concezione di Modernità Liquida caratterizzata dalla rottura di ogni legame (sociale, culturale, affettivo, emotivo…).

Il punto di partenza è la riflessione di Freud che nel 1929 scrive (in Il disagio della società) che l’uomo è chiamato a scegliere tra Sicurezza e Libertà. Scegliere sicurezza significa decidere di diminuire la propria libertà. Facendo prevalere la libertà si rinuncia alla sicurezza. La società liquida è questa: la società in cui “non esiste società”, ovvero non esistono legami e ognuno è solo con se stesso e con la propria ansia di stare al passo, di rendersi adatto ai nuovi tempi, in una sorta di fitness sociale votato all’ovvio fallimento.

Fallimento che trasforma milioni di persone in vite di scarto, resti, rifiuti. Di cui nessuno si cura.

Il concetto di “società-vita-modernità” liquida ha avuto un’enorme fortuna diventando una sorta di mainstream della nostra contemporaneità.

Contemporaneità che vive il curioso paradosso per cui “la crescente consapevolezza dei pericoli che abbiamodi fronte si accompagna a una crescente impotenza a prevenirli oad alleviare la gravità del loro impatto». Che è lo stesso che accade a livello politico mondiale, come ha sottolineato nel volume “Stato di crisi” del 2015  in cui si evidenzia l’enorme distanza esistente tra la globalità e per profondità dei problemi e il livello cui si pone il potere politico e lo Stato come luogo di governo della crisi. Tuttavia lo tragedia dello stato moderno sta proprio nella sua incapacità di realizzare sul piano globale le decisioni prese localmente. E i mercati sono oggi diventati lo strumento vincente di un potere sovranazionale che non ha più bisogno dello stato per funzionare.

Verso la cittadinanza glocale: vivere sulla superficie del caos

"Una società autonoma, una società autenticamene democratica, è una società che contesta qualunque cosa venga prestabilita e che così facendo libera la creazione di nuovi significati. (..)La società è autenticamente autonoma allorché sa, deve sapere, che non esistono significati garantiti, che vive sulla superficie del caos, che è essa stessa un caos alla ricerca di una forma, ma una forma che non è mai fissata una volta per tutte. L’assenza di significati garantiti, di verità assolute, di norme di condotta predeterminate, di confini prestabiliti tra giusto e sbagliato, non più bisognosi di attenzione, di regole garantite di successo, è la conditio sine qua non di una società autenticamente autonoma e al contempo di individui autenticamente liberi; società autonoma e libertà dei suoi membri vanno di pari passo. Qualsiasi livello di sicurezza la democrazia e l’individualità possano acquisire dipende non dal combattere la contingenza e l’incertezza endemiche della condizione umana, bensì dal riconoscerle e dall’affrontarne le conseguenze a viso aperto. "

Così Bauman definisce “società autonoma”.  Una società autenticamente democratica che fa della continua negoziazione e della incessante ricerca il proprio stile.

Non quindi una società già definita ma una società in cammino, essa stessa migrante.

Ed è al servizio di questa società che si pone la scuola con l’obiettivo di rispondere ai suoi bisogni formativi più urgenti e profondi contribuendo a formare il nuovo cittadino glocale.

Sennet – Bauman : quali competenze per il mondo contemporaneo?

È parere condiviso che i sistemi educativi, in particolare nel mondo occidentale, stiano vivendo una crisi significativa e forse letale. Il loro problema non è solo quello di riuscire a mettere la scuola al passo con i tempi quanto, in modo più radicale, quello di assumere la consapevolezza che nella modernità liquida anche le logiche ed i valori che per secoli hanno presieduto all’esperienza educativa si sono “liquefatti”.

Se un tempo la scuola poteva essere letta come uno degli strumenti dell’emancipazione, oggi fa invece capolino, a livello sociale, lo spettro dell’inutilità, indagato con grande acume da Richard Sennet. Secondo Sennet, ad esempio, le competenze acquisite nel corso del processo formativo hanno vita sempre più breve. Si fa così strada una nuova concezione di talento che “non ha un contenuto specifico o determinato: le imprese all’avanguardia e le organizzazioni flessibili hanno bisogno di persone in grado di acquisire nuove capacità non ancorate alle vecchie competenze”. Ma, e qui è la nota negativa, tutti i tentativi realizzati dai sistemi educativi occidentali di accompagnare con nuova formazione professionale le persone che rischiano di uscire dal mercato del lavoro sono sostanzialmente fallite.

In questi anni, tuttavia, si è continuato a porre l’accento soprattutto sulle competenze professionali, sulla cosiddetta occupabilità, rischiando di tralasciare le competenze sociali e personali che stanno alla base della formazione alla cittadinanza. Ma, come Bauman ha sottolineato in Vita liquida (2006)

la politica democratica non può sopravvivere a lungo di fronte alla passività dei cittadini che si alimenta dell’ignoranza e dell’indifferenza politica. Le libertà dei cittadini non sono beni acquisiti una volta per tutte, non sono al sicuro se rinchiuse in casseforti private. Esse sono piantate e radicate in un suolo socio-politico che richiede di essere continuamente concimato, ed è destinato ad inaridirsi e sbriciolarsi se non viene coltivato giorno dopo giorno dalle azioni informate di un pubblico competente ed informato”.

Ed ecco allora le conclusione:

Non sono soltanto le abilità tecniche a dover essere aggiornate continuamente, non è soltanto la formazione orientata al lavoro a dover essere permanente. Ne ha bisogno, e con urgenza ancora maggiore, anche la formazione alla cittadinanza”.

Si tratta, in sostanza, di una radicale differenza con il sistema formativo dei secoli scorsi. Oggi infatti i fini dell’educazione non sono più dati una volta per tutte, non sono costanti ed immodificabili. Se nel tempo della modernità le previsioni e gli interventi educativi riguardavano nello sostanza solo i mezzi per raggiungere i fini, oggi non è più così: i bersagli si spostano ed occorre imparare a seguirli dimenticando rapidamente quanto si è appreso in precedenza. Come sosteneva Baudrillard nel 1995 il paradosso che stiamo vivendo può così essere espresso: “quando non si avevano i mezzi, si diceva: il fine giustifica i mezzi. Oggi che non abbiamo più fini, noi diciamo: i mezzi giustificano il fine”

Per questo Zygmunt Bauman in un lucido saggio dedicato all’istruzione (L’istruzione nell’età postmoderna, in La società individualizzata, Bologna Il Mulino  2002, pp. 175-176) scrive:

la filosofia e la teoria pedagogica si trovano di fronte al compito inconsueto e impegnativo di teorizzare un processo formativo che non è guidato fin dall’inizio da un tipo di bersaglio pianificato in anticipo, di modellare senza conoscere o visualizzare chiaramente il modello cui mirare; un processo che nel suo caso migliore può far presagire, mai imporre, i propri risultati e che ingloba tale limitazione nella propria struttura; in breve un processo aperto, interessato più a rimanere aperto che a fornire un prodotto specifico, e timoroso più di una conclusione prematura che della prospettiva dell’eterna inconcludenza”.

Una bellissima definizione di scuola. 

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Filosofo e pedagogista pone al centro dei suoi interessi l’interazione tra linguaggi digitali, processi educativi e dimensione globale della formazione. Dirigente scolastico, ha insegnato all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e all’Università di Parma.