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Blog Nicola Bruni

Il miracolo dell'Europa in pace dopo millenni di guerre

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C’ero anch’io la mattina del 25 marzo 1957, nella Piazza del Campidoglio a Roma, sotto le finestre della Sala degli Orazi e Curiazi dove si firmavano i trattati istitutivi dell’Europa a Sei, unita nella Comunità Economica Europea e nell’Euratom.

C’ero anch’io, tra la folla degli europeisti, con l’entusiasmo dei miei 15 anni. Volevo essere testimone, sostenitore e in qualche modo partecipe di un atto politico che, speravo, avrebbe cambiato la storia del nostro continente orientandola nel senso della pace e dell’amicizia tra i popoli.

Ricordo che l'adesione ai trattati del 1957 (dopo l’istituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, ottenuta da Alcide De Gasperi nel 1951) fu in Italia una scelta politica di parte, che passò in Parlamento con i voti contrari del Partito Comunista di Togliatti (e di Napolitano) e con l'astensione critica del Partito Socialista di Nenni (e di Pertini). Se ne assunsero il merito storico la Democrazia Cristiana e i partiti Socialdemocratico, Liberale e Repubblicano.

Poi, la CEE si è trasformata in Unione Europea ed è progredita, per certi aspetti, molto al di là delle speranze del 1957, passando da 6 a 28 Stati membri e abbracciando anche gran parte di quell'Europa orientale che, all'epoca, era sottomessa alla dominazione del comunismo sovietico.

La Comunità-Unione ha assicurato una pace duratura e promosso la riconciliazione e l'amicizia tra i popoli europei, un miracolo storico dopo millenni di guerre.

Ha realizzato la libera circolazione dei cittadini, come persone e come lavoratori, e delle merci, aprendo le frontiere e abolendo le dogane interne.

Ha sviluppato la cooperazione economica, culturale, scientifica e tecnologica tra i Paesi membri, consentendo tra l'altro a quattro milioni di ragazzi europei di fare esperienza di lunghi soggiorni di studio all'estero con il programma Erasmus, dal 1987 a oggi.

Ha aumentato notevolmente il benessere complessivo dei suoi popoli.

Ha istituito una moneta comune ai 19 Stati membri economicamente più integrati, che ha favorito la stabilità monetaria all'interno dell'Eurozona, anche se in Italia - per una pessima gestione interna - ha dimezzato inizialmente il potere d’acquisto di stipendi, pensioni e risparmi.

Bisogna d'altra parte riconoscere che sono falliti finora i tentativi di realizzare non solo l'integrazione politica in uno Stato federale, ma anche una politica estera comune e un esercito europeo integrato, che erano nei progetti dei “padri fondatori”.

Devo dire anche che non mi piace il sistema verticistico e oligarchico con cui oggi viene governata l'Unione Europea.

Non mi piace l'Europa dei banchieri e dei tecnocrati, che in nome del liberismo pretende lo smantellamento dello Stato sociale nei Paesi membri.

Non mi piace un'Europa senza identità culturale, l'Europa del relativismo, che censura le sue radici storiche e culturali cristiane, pur non potendole estirpare, e diventa un'aggregazione indistinta di Stati più o meno democratici.

Non mi piace neanche quella parte di Italia che pretende di fare dell’Unione Europea e della moneta comune il capro espiatorio dell’attuale crisi economica del nostro Paese, come se non dipendessero da noi italiani l’enorme debito pubblico, l’enorme evasione fiscale, la corruzione di una parte della classe dirigente, l’infiltrazione delle mafie nel tessuto economico, sociale e politico, il malfunzionamento della giustizia civile e penale.

Come se dipendessero dall’euro l’incompetenza, la passività e l’assenteismo di tanti nostri rappresentanti nelle istituzioni europee (a cominciare da certi capetti "euroscettici" eletti al Parlamento di Strasburgo), che non di rado hanno fatto prevalere interessi antitaliani.

Come se l'Italia "sovrana" potesse fare da sola in un mondo globalizzato.

Come se un eventuale ritorno alla lira e all’isolamento internazionale dell’Italia fosse esente dal pericolo di un tracollo finanziario, economico e politico del nostro Paese, sulle cui macerie potrebbe ergersi un nuovo Mussolini come presunto salvatore della Patria.

No. Un’Europa migliore è possibile. Magari a partire da quei Paesi disposti a proseguire "con chi ci sta" sulla via dell'integrazione economica e politica, configurando (come si è fatto per l'euro) una "Unione a diverse velocità", dopo che è venuto meno con la Brexit l'ostruzionismo della Gran Bretagna. A partire da un’Italia migliore che, riprendendo il suo ruolo di Stato fondatore dell’Europa unita, assuma un’iniziativa vigorosa per il cambiamento delle istituzioni comunitarie.

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Romano, sposato, padre di due figli, nonno di due nipoti, giornalista e scrittore, curatore del giornale online Belsito con vista, già insegnante di lettere. E’ autore del libro "Ad cathedram - Spirito e materie", edito da La Tecnica della Scuola