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Blog Aluisi Tosolini

Competente, competitivo, ... incompetente

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Da più parti, negli ultimi anni, si è criticata la scuola italiana ed europea accusandola di essersi svenduta al mercato per aver messo al centro della sua azione le competenze. In genere i critici aggiungono, dall’alto del loro “competente” sapere, un’annotazione riferita al fatto che competenza sarebbe la traduzione educativa del competere, ovvero della competizione che è il cuore del sistema tardo liberistico.

Fosse così avrebbero, a mio parere, decisamente ragione.

E avrebbe ragione, ad esempio, Alain Goussot che oggi, nel suo ultimo intervento per Comune-Info, scrive che la riforma della scuola “è funzionale alla logica dell’economia di mercato e alle esigenze della Confindustria e dei poteri forti della finanza che vogliono trasformare la scuola e l’educazione in un business “ citando a riprova, tra l’altro, proprio la centralità delle competenze.

 

Competenza vs competizione

Non credo sia così, almeno per quanto riguarda le competenze, e cercherò qui di spiegarne i motivi. Competenza infatti non ha nulla a che fare con competizione. E per scoprirlo basterebbe fare la fatica (non immane) di aprire un vocabolario etimologico.

Competente: dall’aggettivo latino competens-competentis – che ha cultura, abilità, autorevolezza nel fare qualcosa (Karl Ernst Georges, Dizionario italiano-latino in correlazione col dizionario latino-italiano di Georges, traduzione con aggiunte condotta da Ferruccio Calonghi e Pietro Rivoire. Torino : Rosenberg & Sellier, 1895 e poi via via con decine di edizioni che tutti i liceali italiani conoscono). Il riferimento è alla cultura giuridica e a colui che ha la facoltà di giudicare una cosa perché se ne intende, conosce l’argomento e la situazione. E’ così, ad esempio, che si dice che una certa pratica compete a un certo giudice piuttosto che ad un altro.

Da qui la traduzione italiana dove per Competenza si intende, genericamente, “attitudine di una persona a fare, decidere, scegliere – conoscenza approfondita” (Vocabolario Enciclopedico Rizzoli Larousse).

Certo, il latino cum-petere indica anche l’andare assieme verso lo stesso punto, il convergere, il cercare di ottenere e quindi anche il gareggiare, il disputare (da cui competizione sportiva e, per analogia, società competitiva, liberista, ecc cui si faceva riferimento sopra).

 

A scuola si insegna a competere o si formano competenze?

 

E così veniamo al dunque: a scuola si insegna a competere o si formano competenze? Due semplici cose al riguardo, e per esempi.

Domanda 1: Alain Goussot, che ho citato prima, è un validissimo docente universitario di pedagogia a Bologna: è competente? Ovvio che sì. Ed il fatto che sia competente implica anche che sia un paladino della società della competizione? Ovvio che no.

Domanda 2.: a livello professionale si dice che una persona che svolge una specifica attività (idraulico, meccanico, maestro, docente, filosofo, pilota, operaio, …) è competente o, al contrario, incompetente. Così nessuno vorrebbe affidare i tubi del proprio lavandino a un idraulico incompetente, i propri denti ad un dentista incompetente, i propri figli ad un maestro incompetente, la propria auto a un meccanico incompetente. E per questo diciamo forse che idraulico, meccanico, dentista, maestro sono espressione dello sfrenato liberismo? Non la facciamo e, se lo facessimo, correremmo il rischio de ridicolo (oltre al rischio di affidarci a incompetenti con tutte le conseguenze del caso).

Quando parliamo di competenze in ambito educativo (e non solo), dunque, nulla ci consente di confondere competenza con competizione.

 

La competenza è legata solo alla dimensione pratica?

Un secondo aspetto delle critiche rivolte alla logica delle competenze riguarda il fatto che, secondo alcuni, essa mortificherebbe la “cultura” ed in particolare la cultura umanistica. In genere si cita, al riguardo, un volume di Martha Nussbaum (Non per profitto Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, Il mulino 2013) anche se spesso chi lo cita ha letto solo l’introduzione di De Mauro che più che una introduzione è una de-contestualizzata difesa del liceo classico più che della cultura umanistica.

Ed eccoci ancora una volta al dunque.

Forse che nel mondo della cultura umanistica le competenze non hanno senso? Forse che la cultura stessa non sia una competenza? Come ha scritto Edgar Morin alcuni anni fa, “la rivoluzione culturale nel secondo decennio del secolo consiste nell’impegno per combattere e sconfiggere l’abitudine a procedere in tutti i campi con colpevole approssimazione”. Saper comunicare, leggere in chiave critica un testo o un sistema sociale, elaborare un pensiero critico non sono forse tutte competenze?

 

E non esistono forse le competenze di cittadinanza?

 

Si potrebbe poi qui citare Zygmunt Bauman secondo il quale se la sfera pubblica e sociale deve rinascere nel mondo occidentale, oltre alle abilità tecniche, ha assoluto bisogno di "capacità di interazione con gli altri - di dialogo, di negoziato, di raggiungimento della comprensione reciproca e di gestione o risoluzione dei conflitti, inevitabili in ogni situazione della vita collettiva". Dobbiamo cioè acquisire competenze in materia di cittadinanza attiva e di manutenzione della democrazia.

Lo stesso vale per le competenze interculturali cui (fuori dall’Italia) da anni si dedicano studi e ricerche fondamentali come quelle condotte da Darla K. Deardorff e dall’Unesco (Intercultural competences. Conceptual and operational framework, Parigi, 2013).

Ma forse nel mondo italiano tutto ciò risulta di difficile comprensione perché, come scrive Federico Batini, “sebbene la scuola italiana abbia introdotto il costrutto di competenza, spesso ricade su una didattica per contenuti scordandosi della parte più profonda del concetto di competenza: la dimensione dell’‘essere”.

 

L'incompetenza: un male molto diffuso....

Insomma, fa molto ridere che intellettuali competenti si scaglino contro le competenze. O non sanno quello che dicono (e quindi non sono poi così competenti) o sono in malafade. Oppure sono diventati intellettuali, docenti universitari, opinion maker grazie alla …. così tanto criticata e vituperata competizione ma senza avere competenze? Fosse cosi (ma personalmente non lo credo) non si farebbe altro che confermare, purtroppo, un male molto diffuso nella nostra società, e a tutti i livelli.

 

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Filosofo e pedagogista pone al centro dei suoi interessi l’interazione tra linguaggi digitali, processi educativi e dimensione globale della formazione. Dirigente scolastico, ha insegnato all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e all’Università di Parma.