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Blog Anna Maria Bellesia

Bonus merito, tutti i motivi per rifiutare

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Si moltiplicano le notizie di docenti, gruppi di docenti e scuole intere che rifiutano il bonus premiale, previsto dalla legge 107 della Buona Scuola e destinato a “valorizzare il merito del personale docente di ruolo”.

Per adesso si tratta di situazioni episodiche, che stanno però crescendo un po’ in tutta Italia. Se il fenomeno di rifiuto del bonus diventasse di proporzioni considerevoli, sarebbe il segnale più eclatante del malessere che continua a covare.

Rifiutare il bonus vuol dire mandare un messaggio chiaro e forte: i docenti italiani mettono al primo posto la dignità e il senso del valore di una professione troppo screditata,  non solo a livello di società o di media, ma soprattutto ad opera dei ministri che si sono succeduti a viale Trastevere, a cominciare dal ministro Luigi Berlinguer, che voleva “valorizzare” il merito dei docenti attraverso batterie di quiz, per continuare col metodo “reputazionale” concepito all’epoca della Gelmini, per finire con la ridicola “mancetta” erogata a discrezione del dirigente manager/sindaco/sceriffo dell’era renziana.

Come si fa a rifiutare il bonus? Basta non accettarlo. O devolverlo a destinazioni particolari. I motivi per rifiutare il bonus sono molteplici, come possiamo leggere anche in vari interventi pubblicati nella Rubrica “I lettori ci scrivono”. Questo un elenco sicuramente non esaustivo.

Tutti i motivi per rifiutare il bonus

  1. Il bonus è umiliante per l’esiguità inconsistente ed offensiva della “mancetta” di 200-400 euro all’anno, destinati ad un 10-20% di prof  (più si estende la platea più si abbassa la somma).
  2. Il bonus non è neppure incentivante, perché il problema è il contratto bloccato illegittimamente da 7 anni e servono ben altre risorse per valorizzare la professione docente.
  3. Il bonus crea meccanismi perversi di insana competizione, clientelismo, selezione di yes man. La percentuale dei beneficiari è molto ristretta. Si afferma un modello gerarchico di scuola. È la fine della scuola istituzione e comunità.
  4. Il sistema del bonus premiale può influire sulla didattica omologandola alla vision dirigenziale, con buona pace del pluralismo culturale e della libertà d'insegnamento, garantiti a suo tempo dal DPR 275/1999, ma ora snaturati dalla legge 107.
  5. La discrezionalità nell’attribuzione del bonus è mitigata solo in parte dai criteri definiti dal Comitato di valutazione. Di fatto è competenza del dirigente scolastico.
  6. La logica del lavoro è la retribuzione, la logica del bonus è l’elargizione. Se si tratta di retribuzione accessoria, chiamiamola col suo nome. La stessa parola bonus va rifiutata, sul piano concettuale e lessicale.
  7. Il Miur si è sottratto al suo compito di dare delle linee guida e dei criteri generali. Così, con la scusa dell’autonomia si è generata l’anarchia, ovvero una infinità di situazioni nelle quali è difficile individuare il filo unitario della valorizzazione del merito del bravo docente.
  8. No alle nozze con i fichi secchi. “Non ci sono maggiori risorse” ci dicono, quindi cominciare con poco è meglio di niente. Obiezione respinta. Ritorniamo al 2008, quando il governo Berlusconi-Tremonti-Gelmini calò sulla scuola un Piano programmatico di interventi per risparmiare quasi 8 miliardi di euro in tre anni. Il 30% di quelle economie doveva servire ad incrementare le risorse contrattuali finalizzate alla valorizzazione ed allo sviluppo professionale del personale della scuola. Quelle risorse sono evaporate? Pare di sì, tanto che il governo Renzi voleva finanziare il merito cancellando del tutto l’anzianità. Poi ha stanziato 200milioni di euro nel 2016, che significa le cifre di cui sopra. Una presa in giro.
  9. Allora gli insegnanti non vogliono essere valutati? Falso. L’esito della consultazione sulla Buona Scuola, pubblicato a dicembre 2014, dice che il 65% dei docenti è favorevole al riconoscimento del merito ai fini della retribuzione. Gli insegnanti rifiutano un bonus così concepito, che non premia, non valorizza, non incentiva.
  10. Ma è così difficile definire il profilo del bravo docente? No. Bastava leggersi con pazienza e volontà di dialogo l’esito della consultazione sulla Buona Scuola, voluta con ardore dallo stesso Renzi, salvo poi tirare dritto per la strada decisa con i suoi consulenti. Al primo posto nelle risposte troviamo “La qualità del lavoro in classe”. Quante scuole hanno tenuto conto prioritariamente di questo aspetto?
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Docente di materie letterarie nella scuola secondaria di II grado e giornalista pubblicista. Laureata in storia moderna con pubblicazioni storiografiche, si interessa di politica scolastica, ambiente, arte. Dal 2007 collabora con La Tecnica della Scuola.