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Blog Anna Maria Bellesia

12 febbraio: no ai bambini-soldato, ricordiamoci dei diritti dei minori

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Il 12 febbraio ricorre la giornata internazionale contro l'uso dei bambini-soldato, istituita dall’Onu nel 2002. È un’occasione per riflettere e fare educazione.

Secondo l’Unicef, dal 2002 ad oggi oltre un miliardo di bambini si è trovato a vivere in 42 paesi colpiti da violenti conflitti. Fra questi ci sono milioni di bambini morti, invalidi, sfollati, orfani. Ma in molti casi c’è un coinvolgimento diretto e attivo: bambini che già a 10 anni usano le armi, oppure sono usati come scudi umani, come attentatori suicidi, per la fabbricazione di armi e per il trasporto di esplosivi.

Le stime più recenti riferiscono di 250mila bambini coinvolti in conflitti in tutto il mondo e usati come combattenti, messaggeri, spie, facchini, cuochi, mentre le ragazze sono sfruttate sessualmente.

Secondo la definizione dell’Unicef, “un bambino soldato è una persona sotto i 18 anni di età, che fa parte di qualunque forza armata o gruppo armato, regolare o irregolare che sia, a qualsiasi titolo”. La definizione comprende anche le ragazze reclutate per fini sessuali e per matrimoni forzati.

Il fenomeno è nato in Africa, l’area del mondo forse più colpita da continui conflitti: Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Angola, Burundi, Costa d'Avorio, Liberia, Uganda, Sierra Leone, Somalia, Sudan.

Anche in Asia il fenomeno è diffuso dallo Sri Lanka all’Afghanistan, ed oggi in Iraq e in Siria. L'avanzata dell’Isis e la proliferazione di vari gruppi armati hanno reso i bambini ancora più vulnerabili al reclutamento. Ci sono filmati dello Stato Islamico che documentano come i bambini vengano indottrinati, addestrati ed impiegati anche per effettuare esecuzioni.

Ma non pensiamo che questa sia una realtà così distante da noi. Quante volte le cronache hanno portato alla ribalta casi di ragazzini con le armi in mano affiliati alla camorra? I titoli dei giornali sono eloquenti: baby killer e baby boss che sparano sul serio come se stessero giocando. Non è una guerra vera e propria, ma sono storie di infanzia violata e di diritti negati.

La Convention on the Rights of the Child, tradotta in italiano come Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, è stata approvata dall’Onu il 20 novembre 1989, e ratificata dall’Italia nel 1991. L’articolo 38 stabilisce il diritto del minore a essere protetto in caso di guerra. Chi ha meno di quindici anni non può e non deve essere arruolato nell’esercito.

Lo Statuto della Corte penale internazionale, approvato nel 1998, pone come crimine di guerra l'arruolamento di bambini sotto i 15 anni in forze armate nazionali e il loro utilizzo nella partecipazione attiva alle ostilità in conflitti sia internazionali sia interni.

Alla Convenzione si sono successivamente affiancati due Protocolli facoltativi approvati dall’Onu nel 2000, uno sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti (sottoscritto da 159 Stati) e uno su prostituzione e pornografia (sottoscritto da 169 Stati). Sono stati ratificati dall'Italia nel 2002. Un terzo Protocollo del 2011 stabilisce una procedura di presentazione di comunicazioni, ed è attualmente all’esame del parlamento per la ratifica.

Nella Convenzione del 1989 l’età minima per l’arruolamento è indicata a 15 anni. Il successivo Protocollo del 2000 tende a portare l’età a 18 anni nelle forze armate regolari e a porre dei paletti sull’arruolamento volontario fra i 15 e i 18 anni. Ma per i gruppi armati distinti dalle forze armate dello Stato, si punta sulla prevenzione e sui programmi di reinserimento a livello sociale delle persone che sono vittime.

Per evitare i crimini di guerra bisognerebbe evitare la guerra.

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Docente di materie letterarie nella scuola secondaria di II grado e giornalista pubblicista. Laureata in storia moderna con pubblicazioni storiografiche, si interessa di politica scolastica, ambiente, arte. Dal 2007 collabora con La Tecnica della Scuola.