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Docenti e genitori, un rapporto spesso difficile

Giovedì, 15 Giugno 2017

Dalle tante mail che mi stanno arrivando, il pezzo da me proposto sulla Tecnica della Scuola, relativo alla sempre più difficile gestione di un sereno rapporto con i genitori, soprattutto quando questi genitori sono insegnanti, esterni o interni, sta facendo discutere.

Con rilievi di approvazione, se non, addirittura, anche con riferimenti a casi gravi, per genitori intolleranti, pretenziosi, che vorrebbero scegliersi i docenti, insegnare loro il mestiere, decidere i temi, le iniziative ed il modo di insegnare, oppure per docenti che non sanno coinvolgere, culturalmente mediocri, incapaci di relazioni. Di situazioni ne conosciamo, per cui non si fanno mai discorsi di tutta un’erba un fascio, né in un senso né nell’altro.

Perché, in particolare per la crescita dell’ansia e della pressione dei genitori, sta succedendo tutto questo, ci stiamo chiedendo? Che questo non sia avvertito, non significa che non sia, ma solo che viene avvertito. Il problema, dunque, è della persona, non della cosa.

Che cosa, cioè, sta cambiando, visto che l’autorità e l’autorevolezza del passato oggi sembrano lontane anni luce?

Ovviamente, lo ripeto ancora, qui non si fa di tutta un’erba un fascio, né in un senso né nel suo contrario. Qui si rileva, solo, una linea di tendenza, che vede sempre più genitori che fanno non solo pressioni, più o meno giustificate da dati di fatto, ma che pretendono di decidere ruoli, strutture, linee di indirizzo; e dall’altra si fa sempre più fatica ad accettare il finto egualitarismo, vedendo che ci sono tanti docenti davvero bravi ed altri che pretendono, addirittura, il minimo sindacale, sempre con il contratto sottobraccio e qualche avvocatino a disposizione.

Cosa, dunque, sta succedendo? Io credo che la risposta sia semplice. Sta succedendo, meglio, si sta imponendo, in forma più o meno carsica, una nuova domanda intorno al tema della formazione, di una scuola che non sia solo dispensatrice, più o meno benevola di diplomi, al di là dei problemi aperti di cui parliamo ogni giorno, per una semplice ragione: la formazione sta diventando, sempre più, il differenziale personale e sociale, nel mentre l’offerta, cioè le nostre strutture, i nostri piani di studio, il personale chiamato al “servizio pubblico”, le metodologie, ecc. sono sempre, più o meno, le stesse. Nella testa e nei comportamenti, al di là dell’età anagrafica.

Tutto ciò ha un solo significato: questo fiume carsico è destinato ad ingrossarsi ed a emergere in superficie.

Lo ripeto: che la cosa non sia avvertita, non significa che non è, ma solo che non è avvertita.

Quanti, seguendo le discussioni sui social, tra i presidi e tra i docenti, non stanno avvertendo la presenza di questo fiume?

Quanti, parlando della scuola, da attori e protagonisti, non si stanno rendendo conto che è la “cosa stessa” a porsi come “domanda in atto”? Nel senso che non siamo noi che domandiamo, ma la cosa che sta domandando.

I concorsi, anzitutto per i presidi, dicono qualcosa su questa capacità di intercettazione? Nulla. Il vero cancro della vita delle scuole. Basterebbe rendere visibili in streaming i collegi dei docenti, le riunioni di dipartimento, i consigli di classe per dire che solo in pochi casi si avverte questa attenzione! E a livello politico, al di là del solito “dimmi quello che vuoi sentirti dire” dei politicanti di passaggio?

La struttura della scuola di oggi, ad esempio, fatta ancora dal business delle abilitazioni, dalla logica individualistica delle graduatorie, senza forme di verifica e di concreta valutazione sul campo, con un egualitarismo che tutti sappiamo essere una finzione, oggi è in grado di reggere a queste nuove domande sociali? Possiamo liquidare le ansie dei genitori solo come delle patologie, o non rimandano ad altro?

Può ancora trovare giustificazione la gestione ministeriale di tutto il personale? Pochi sanno che il Miur è oggi la seconda agenzia del lavoro al mondo dopo il Pentagono.

L’unica vera risposta non può che passare attraverso l’etica della responsabilità, cioè il riconoscimento delle scuole come “scuole delle comunità locali”, cioè dipendenti dagli “enti locali” su linee di indirizzo nazionali, comprese forme effettive di controllo e valutazione, ma non più come gestione centralistica, compreso il bilancio, il personale e la parte del curricolo locale. Perché è stata di fatto svuotata e snaturata l’autonomia scolastica, centro della svolta degli anni novanta?

Pochi ricordano, ad esempio, che gli istituti tecnici, sino a 20 anni fa circa, avevano questa autonomia, queste particolarità, poi cancellate dalla licealizzazione gestionale di tutte le scuole, compresa la statalizzazione dei bidelli.

Traducendo: l’unica risposta possibile è far reincontrare domanda ed offerta, non per un astratto e ideologico concetto di mercato, ma per una forma di corresponsabilità dal basso, in organi collegiali che siano aperte al territorio e che prevedano la “chiamata diretta” anche per i presidi, come per tutti. Con puntuali verifiche e valutazione su obiettivi e risultati da condividere.

Allora ritornerà quella autorevolezza che in passato era presupposta, mentre oggi è tutta da conquistare. Anzi, oggi, oltre al burocratismo centralismo che ha toccato livelli esasperati, domina quell’individualismo e quella irresponsabilità che vengono mitigate solo dalla buona volontà di tanti e tanti presidi, docenti, personale. La vera forza viva delle scuole, oggi non riconosciuta da nessuna contrattazione e da alcuna organizzazione sindacale.

Per riprendere il bel volumetto di Carlo Rovelli: anche nella scuola, al di là delle vecchie scorie ideologiche ancora presenti, “non esistono cose ma processi”. Cioè, esiste il cambiamento, non il permanere. E non ha più senso parlare del personale per classi: dei presidi, dei docenti, del personale, trattati tutti in forma indistinta, quasi dei numeri. Ma esistono le persone, perché la responsabilità è sempre ed anzitutto personale. E quando questa responsabilità si fa pratica quotidiana, anche nella scuola noi vediamo come i genitori ed i ragazzi riconoscano nei presidi e nei docenti dei “maestri”, cioè dei veri punti di riferimento.

Conosciuti e riconosciuti. Cioè la vera “Buona Scuola”. Il silenzio dei partiti, tutti immolati a conquistare voti, più che a definire profili veramente innovativi, la dice lunga su una inquietudine che non potrà non esplodere, rispetto ad un mondo che, sindacalmente, non ha ancora compreso che certe cose e certe pratiche non sono più ammissibili, tollerabili, giustificabili.

So che non sono discorsi facili, per certe vecchie consuetudini scolastiche, ben ribadite e ripetute in tanti interventi e nei social. A questo proposito mi sovviene il vecchio Flaiano: "Ho una tale sfiducia nel futuro, che faccio progetti solo per il passato".

Certi collegi dei docenti, per quello che se ne sente, anche per la crisi di leadership di diversi presidi (nessuno che discuta, ad esempio, sulla crisi della “dirigenza unica”), a volte sembrano l’esatta rappresentazione di questa sfiducia. Ovviamente, mi verrebbe da dire, sempre addebitata alle responsabilità altrui. Ovviamente.

Come ha ripetuto Rovelli, è la terra sotto i piedi che si sta muovendo, consapevoli o meno. In poche parole, anche quel fiume carsico, destinato a crescere, vista la centralità della formazione nella società attuale, imporrà che la “cosa stessa”, cioè il valore-scuola nel sistema-Paese, si farà “domanda in atto”. Con o senza, come è oggi, la presenza-assenza di una politica con la “P” maiuscola. Vero vulnus di cui nessuno discute.

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